21 gennaio 2013
Operaia disabile costretta a mansioni vietate: datore lavoro condannato per la prima volta per un per un cuore infranto
di Alberto Custodero
La sentenza della Corte d'appello di Torino non ha precedenti nel nostro Paese e riguarda la "sindrome tako-tsubo", un infarto acuto da affaticamento. A rivolgersi al Tribunale del lavoro è stata una dipendente disabile, Rosa O., che svolgeva il lavoro di assemblatrice. La donna era stata "adibita - si legge nella sentenza - nella linea di produzione, a mansioni estremamente faticose, dovendo anche sollevare e riporre in alto scatoloni pesantissimi con notevole frequenza". Sforzi fisici "incompatibili con le sue condizioni di salute e con il suo stato di portatrice di handicap". Nonostante il medico aziendale, preso atto delle precarie condizioni di salute della lavoratrice, "avesse accertato l'inidoneità alla mansione di addetta presse e macchine di assemblaggio". "Doveva sollevare scatole che pesavano più di 14 chili che contenevano tappi di champagne", ricorda un testimone. A un certo punto la dipendente è crollata ed è finita al pronto soccorso dove le hanno diagnosticato la sindrome. Secondo il presidente della Corte d'appello Maffiodo e il consigliere Pietrini, che hanno firmato la sentenza, "lo stress emozionale acuto fu causato dall'adibizione della lavoratrice a mansioni alle quali, per divieto del medico competente, non poteva essere adibita e dalle quali era stata sollevata". L'Alplast di Tigliole d'Asti è stata dunque condannata a pagare a Rosa O. 16mila euro di danni non patrimoniali. "La sentenza - commenta il professore Marco Bona, specialista in materia di responsabilità civile - è la prima a riconoscere il risarcimento del danno per la sindrome tako-tsubo". "Dal punto di vista giuridico - aggiunge - è stato riaffermato il principio della responsabilità del datore di lavoro per i danni subiti dal dipendente adibito a mansioni precluse dal medico competente".





